Dopo la grande crisi finanziaria, che ha portato al crack, alcuni tra i più importanti colossi bancari internazionali, si torna a parlare di banche.
Quello che è accaduto lo scorso anno non è altro che l’epilogo, a tutti già noto, di una tragedia in cui a rimetterci, caso strano, non sono stati gli attori che inscenavano l’opera, ma il pubblico.
I grandi istituti di credito piuttosto che dedicarsi alla loro funzione pubblica, alla tutela del risparmio, hanno preferito trasformarsi in istituti finanziari che hanno investito in tutte le direzioni, senza alcuna cautela, aumentando il loro raggio d’azione, divenendo esse stesse imprese impegnate nei più disparati settori economici e produttivi.
Questa forte commistione di interessi tra istituti bancari, che spesso detengono la maggioranza delle quote azionarie delle società alle quali concedono credito, unita, con l’eccessiva propensione delle banche a fornire liquidità nel sistema statunitense e anglosassone, è sfociata in un terremoto economico-finanziario che ha portato al fallimento, alcune tra le più grandi banche d’affari d’oltre oceano e non solo.
In tutto ciò, ovviamente, la politica insegue e tenta di limitare i danni. Dopo i primi fallimenti, e soprattutto dopo il crack di Lehman Brothers, gli USA sono stati costretti ad abbandonare la linea liberista intervenendo, a spese dei contribuenti, per interrompere la catena dei fallimenti.
Tra i primi a spendere qualche parola sul da farsi per evitare il ripetersi di tali situazioni il ministro dell’economia Giulio Tremonti che, a margine del G20 di Londra, richiamò le banche al loro dovere sottolineando che esse “non devono comandare i governi” e aggiungendo che, dopo aver beneficiato di ingenti finanziamenti statali, non potevano chiudere il rubinetto per le piccole e medie imprese che avevano invece bisogno di liquidità per investimenti e innovazione, uniche armi contro la crisi. Da allora poco altro finché non è stato il presidente Obama a riportare l’argomento all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica.
Il presidente americano ha proposto, infatti, nuove misure per limitare le dimensioni e le attività delle banche, che non potranno più investire negli hedge funds.
"I contribuenti americani non dovranno essere più ostaggio di banche troppo grandi per poter fallire". "La mia decisione viene soltanto rafforzata quando vedo che si ritorna a vecchie pratiche nelle società che si oppongono alle riforme, e quando vedo i profitti in crescita e gli osceni bonus in alcune delle società che sostengono di non poter concedere prestiti ai piccoli imprenditori", ha detto Obama, riferendosi ai bonus pagati quest'anno ai manager delle grandi banche.
Dopo lo strappo di Obama si sono fatte sentire anche le voci di Draghi, che in veste di presidente del Financial stabilty board dichiara:''Le proposte annunciate dagli Stati Uniti ieri rientrano nel range di opzioni che sono all'esame del Fsb nel suo lavoro volto a contenere i rischi posti dalle istituzioni troppo grandi per fallire'', e del cancelliere tedesco Merkel che insieme al suo ministro delle finanze sta preparando una conferenza internazionale per fissare nuove regole dei mercati finanziari e accelerare il processo di coordinamento, prima del prossimo vertice dei Paesi del G20, in programma a giugno in Canada.
Aspettiamo il G20 per giudicare, fiduciosi che il nuovo corso americano sia veramente orientato alla tutela dei risparmiatori e dei contribuenti e non delle lobby bancarie sempre più potenti in Europa, in America e nel mondo.
Pasqualino Favoriti
martedì 26 gennaio 2010
Obama bacchetta le banche!
martedì 23 settembre 2008
Alitalia!
Cgil e Anpac: kamikaze su Alitalia.
Kamikaze: non si possono definire diversamente le sigle sindacali che si sono rifiutate fino all’ultimo di firmare l’accordo.
La Cgil e l’Anpac hanno detto no alle offerte presentate da Roberto Colaninno e soci.
Il sindacato rosso e l’Anpac preferiscono la disoccupazione al lavoro, e adesso bisogna fare un’amara riflessione.
Oquesti sindacati, a cui si affidano migliaglia di lavoratori e i piloti dell’Alitalia non sono in grado di capire che Alitalia è “alla frutta”, oppure questi pensano di aver inferto un grande colpo a Silvio Berlusconi che, secondo loro, dovrebbe fare in modo che lo Stato intervenga ancora a favore di Alitalia.
La Cgil e l’Anpac non hanno, però, fatto i conti con la normativa dell’Unione Europea che vieta assolutamente che l’Italia aiuti ancora una volta Alitalia S.p.A.
Comunque bisogna complimentarsi con Guglielmo Epifani (leader Cgil) e con Fabio Berti (leader dell’Anpac) che hanno saputo dar battaglia per quei lavoratori di Alitalia che non sono ben retribuiti. In fondo i piloti guadagnano solamente dai 150 000 a 230 000 € l’anno.
Ma nella vicenda Alitalia non c’è da stupirsi solo per le scelte di sindacati barricadieri capaci di anteporre interessi politici alla vita dei lavoratori.
Infatti, dopo aver visto piloti e hostess che brindano all’annuncio della rottura della trattativa, incomincio a pensare che la riapertura degli ospedali psichiatrici sia più che giusta. È come se sul Titanic i passeggeri si fossero messi a brindare mentre la nave affondava
Le cose strane nella vicenda Alitalia non finiscono qui. Basti pensare a personalità influenti del Partito Democratico che inneggiano al ritorno di Air France disdegnando la Cai!
Giustamente la compagnia aerea francese non può che essere migliore per Alitalia rispetto alla Compagnia aerea italiana, definita società di banditi da piloti e hostess.
I così definiti banditi non sono altro che i più importanti imprenditori italiani partendo da Roberto Colaninno, patron della Piaggio S.p.A., arrivando a Carlo Toto patron di Air One, passando per Benetton.
Mi sembra impossibile che un’asse sindacati – piloti possa mettere in pericolo il posto di lavoro di 18 500 persone.
Mi auguro di no ma qualora Alitalia fallisse, mi permetto di dare un consiglio a nome di Azione Studentesca Avezzano a quei 18 000 lavoratori che rischiano il posto: se non saprete arrivare a fine mese rintracciate Guglielmo Epifani e Fabio Berti. Forse il leader dell’Anpac può aiutarvi con seri consigli. In fondo è stato bravo, visto che ha imparato a vivere con soli 230 000 € all’anno.
Bencivenga Pierfrancesco
AS Avezzano